Il palio dei navicelli presentato dall’Assessore alle Tradizioni popolari Eugenio Giani.
Il Palio dei Navicelli costituisce un atto importante di ripresa di una tradizione, riproposto lo scorso anno, che valorizza tre aspetti fondamentali della storia della nostra città. Innanzitutto la figura dei Renaioli, che fra gli antichi mestieri identificano una fase storica nella quale dall’Arno sui ricavava quella rena finissima, materiale indispensabile per le più importanti edificazioni del centrostorico; in secondo luogo i Renaioli ci riportano a quella originale e particolare forma di mobilità della barca che non prevede l’utilizzo di remi ma invece di una pertica che mette direttamente in contatto l’imbarcazione ed il suo movimento con il fondo del fiume; in terzo luogo la ripresa di un Palio che veniva annualmente festeggiato il 25 luglio, giorno di San Jacopo (se ne ha traccia nelle cronache sin dal 1250), costituisce, grazie alla preziosa associazione “I Renaioli”, e alla Società di S. Giovanni Battista un importante arricchimento del patrimonio storico e culturale della città.
Il palio dei navicelli
Presidente della Società di S. Giovanni Battista Franco Scaramuzzi.
La Società di San Giovanni Battista, costituitasi nel 1796 per perpetuare i festeggiamenti in onore del Santo Patrono ha dovuto progressivamente adeguare le singole iniziative alle esigenze dei tempi. Così anche il “Palio dei Navicelli” fu interrotto, soprattutto per il rarefarsi di quelle tipiche imbarcazioni dei “renaioli” d’Arno. Dal 1981 al 200 era sto organizzato annualmente a giugno un Palio “di San Giovanni” gara remiera di jole a quattro.
Per merito dell’Associazione “I Renaioli”, che è riuscita a salvare e restaurare alcuni degli ultimi navicelli, quest’anno la Società di San Giovanni Battista, con la collaborazione del Comune di Firenze, ripristina un “Palio dei Navicelli” ed offre ai fiorentini ed ai loro ospiti la rievocazione di un immagine di storia cittadina.
Il Palio dei Navicelli (testo di Luciano Artusi)
Il 25 luglio nella ricorrenza festiva di Sant’Jacopo (così era detto in Firenze l’apostolo San Giacomo Maggiore) alla sera, fino dal lontano 1250, i barcaioli disputavano a furia di vigorosi colpi di stanga il “Palio dei Navicelli”. La tipica “regata” era organizzata dal priore della chiesa di Sant’Jacopo sopr’Arno (che ne sosteneva tutte le spese), sullo specchio d’acqua fra il ponte vecchio e la pescaia di S. Rosa. La partenza dei navicelli avveniva proprio dal greto su cui ancora aggetta , sui caratteristici sporti, l’abside della chiesa che i fiorentini indicano affettuosamente come la “chiesa col culo in Arno” perché, nei momenti di piena quando il livello del fiume aumenta, le acque vanno con impeto a bagnare la sua parte tergale.
Il priore con questo caratteristico palio disputato coi navicelli senza timone, commemorava il santo al quale ea dedicata la chiesa , le cui membra dopo la decapitazione avvenuta in Giudea nel 42 per ordine di Erode Agrippa furono amorevolmente raccolte dai suoi discepoli che si imbarcarono nottetempo su un “navicello privo di vela e timone” e miracolosamente raggiunsero la Galizia (in Spagna) dove diedero onorata sepoltura al corpo ed alla testa di del santo, primo apostolo a testimoniare la sua fedeltà a Cristo.
LA GARA
Il palio dei Navicelli si svolge al Ponte vecchio, i barchetti spinti a pertica partono da sotto gli uffizi, passano sotto il Ponte Vecchio virando attorno a una pigna del ponte e tagliano il traguardo sempre agli Uffizi.
La partenza è dalla sponda è data da un colpo di colubrina, i barchetti si spostano sul fiume cercando i bassi fondi dove la voga a pertica è più veloce; la virata sotto il ponte Vecchio richiede la massima abilità per non perdere posizioni.
La gara tra i quartieri della città richiede più regate e vince il quartiere che accumula il maggiore punteggio.
I Renaioli d’Arno (testo di Luciano Artusi)
L’Arno, ispiratore di poeti, romantico, ammirato, garbato,e temuto, sornione e travolgente, ancor prima d’inurbarsi a Firenze è definito per antonomasia il “fiume fiorentino” sul quale la città nacque e prosperò anche in virtù proprio della sua presenza.
Tutti, ammirando, gli stupendi palazzi, le maestose chiese, i ponti e le ville della nostra città, avranno lodato la genialità degli architetti ideatori del progetto, pochi avranno pensato al lavoro dei maestri muratori e degli scalpellini artefici materiali delle opere, ancora minore il numero di coloro che i quali avranno associato le costruzioni al ricordo dei cavatori di marmo, della pietra serena, della pietra forte o degli operai delle fornaci che producevano mattoni tegoli e coppi; forse nessuno, almeno ai nostri giorni, avrà mai meditato sull’opera dei renaioli d’Arno che, col il loro paziente e faticoso lavoro hanno fornito per secoli la rena con la quale sono stati costruiti non solo gli edifici famosi, ma anche le più semplici abitazioni di Firenze. In anni a noi non molto lontani, bastava affacciarsi alle spallette dei lungarni per vedere4 questi infaticabili renaioli all’azione: in mezzo al fiume, estate ed inverno, dalla mattina alla sera, con l’immancabile cappello sbertucciato in testa calato sugli occhi, in piedi al bordo del proprio barcone di legno di quercia dal vistoso timone bianco e rosso azionato con una lunga barra piegata verso il basso detta “giaccio”.
Poche le soste, dovute per consumare i frugali pasti e per trasbordare il carico; in sintesi si può dire che questi barcaioli vivevano sul fiume e col fiume.
Incuranti del buono o cattivo tempo, sotto sferzare del sole o del freddo pungente, continuamente esposti all’umidità, dall’alba al tramonto con la sola forza delle braccia questi tipici cavatori d’Arno tiravano su quintali e quintali di rena gocciolante; tornavano a riva soltanto quando il barcone era talmente carico che i bordi rasentavano il pelo dell’acqua. Quanto faticosamente strappato al fiume, era quindi gettato con violente palate contro grosse reti metalliche rettangolari a maglie di dimensioni sempre più strette, messe un po’ oblique sul terreno, a pochi passi l’una dall’altra, al fine di separare i diversi materiali. Dopo la vagliatura l’ungo l’argine si accumulavano mucchi, da piccoli a più grandi , di pillore, ghiaione, ghiaia, renone e rena fine 8detta pure sabbia a velo), indispensabile per i lavori di rifinitura degli intonaci delle pareti; specialmente questa ultima essendo di qualità di gran lunga superiore a quella estratta dalla cava, era ricercatissima nei cantieri edili della città. E dai cantieri al greto, facevano ininterrottamente la spola grossi barrocci tinti di minio trainati da possenti cavalli, adibiti appunto al trasporto della rena e di quanto altro utile alla muratura. Il tintinnio dei bubboli appesi ai finimenti di cuoio dei cavalloni, il loro lento scalpitare e lo schioccare della frusta del barrocciaio in piedi sulla stanga, annunziavano ai passanti la presenza di questi carri in transito per le vie cittadine, dall’arno ai cantieri dove si edificava.
Probabilmente in quegli anni i renaioli erano consapevoli che il loro lavoro sarebbe durato ancora nel tempo, sempre tramandato di padre in figlio come consuetudine, perché la necessità di costruire era e sarebbe stata sempre continua. Non insospettivano più di tanto neppure le due sferraglianti draghe meccaniche operanti sui greti di Rovezzano e dell’Indiano, anche se ritenute concorrenziali.
Viceversa, in breve volgere di tempo non si sono visti più sul fiume n i tipici barchetti o “navicelli” senza timone dei pescatori, ne le draghe meccaniche e neppure i più capaci barconi dei renaioli con le sculturee pose dei loro “nocchieri” tesi nello sforzo quando, puntati i piedi sul “barganello” del barcone , con la forza dei loro muscoli tiravano su la rena dal fondo. Sull’Arno quindi per secoli si è lavorato intensamente e solo una volta all’anno si faticava per divertimento: infatti
Ammirando dunque le armoniche linee dei celebri edifici che abbelliscono Firenze, ricordiamo anche quelli che furono gli umili padroni” del corso d’acqua fiorentino, ai quali va altresì ascritto il merito di avere salvato (nelle acque ancora pure e non vietate alla balneazione), molti incauti bagnanti i quali, inesperti del nuoto, oppure troppo spericolati, hanno imprudentemente affrontato le insidie dell’Arno e devono la vita al provvidenziale quanto disinteressato intervento dei renaioli.
A questo punto una considerazione: nonostante il duro lavoro, l’inclemenza del tempo, la scarsità d’acqua d’estate e le piene invernali, i renaioli vivevano però in uno straordinario equilibrio uomo, ambiente, natura, ancora sano ed inalterato, con il privilegio di pter mmirare la bella Firenze dal pelo dell’acqua nella pacata corrente frusciante che il D’Annunzio definisce …….fluviale melodia che fa si dolce il riposo.
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